giovedì 27 dicembre 2012

Babbo Natale forever

E' andata, anche quest'anno ha scelto di crederci, e fino in fondo.
La mia piccina grande già da qualche anno ogni tanto mi guarda fisso negli occhi e mi chiede: “Mamma, ma esiste davvero Babbo Natale? Sai, tutti i miei amici dicono che non esiste!” Inizialmente non avevo dubbi, anche perché tipicamente era presente anche una bimba più piccola in crescita e non potevo rischiare che la disillusione della piccina grande si trasferisse anzitempo alla piccina piccola.
Riflettendoci ho poi ricompreso Babbo Natale nel complesso dell'invisibile, di tutto ciò a cui si riferisce Amleto nella celebre frase: “There are more things in heaven and earth, Horatio, Than are dreamt of in your philosophy” - Ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, che non sogni la tua filosofia. (Amleto: atto I, scena V; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber), nella convinzione che negare l'esistenza di un universo che non corrisponde ai nostri sensi e alle nostre possibilità di indagine scientifica non possa che essere una grande perdita.
Non si tratta tanto o solo di religione, quanto di lasciare uno spazio al possibile ma non certo, all'intuizione, al mistero, alla leggenda e al mito, tutte categorie dell'umano da quando c'è memoria, a cui viene negato respiro da una cultura che sempre più riduce il reale esclusivamente a ciò che viene scientificamente accertato finendo per lasciare ai preti (nella migliore delle ipotesi) e ai peggiori cartomanti e maghi da tv (in troppi altri casi) il monopolio della risposta ad un bisogno profondo dell'animo umano pressoché ignorato dalla civiltà laica occidentale che si limita a relegarlo nel campo dell'arte, finché dura...
Mi sono chiesta se questa riduzione fosse un successo o una sconfitta.Credo che sia un successo nella misura in cui il mistero è sopraffazione e sfruttamento dell'ignoranza e della paura dell'ignoto e del futuro.
Credo che sia una sconfitta nella misura in cui impedisce alla mente di un* bambin* come di un* adult* di sentirsi liber* di scegliere affidandosi anche ad altro oltre ad una razionalità che dovrà essere costretta a riconoscere la propria impotenza di fronte ad uno scenario di variabili dal comportamento incontrollabile e imprevedibile (come tipicamente è quello delle scelte umane, soprattutto di relazione con altr* uman*, insomma quello più importante).
Ciò che spero è di riuscire a donare alle mie bambine strumenti che, di fronte alla consapevolezza di questa impotenza, le aiutino a superare la paura e il senso di smarrimento sostenute da un'idea di mistero che le permetta ad affidarsi anche al proprio intuito e, perché no, magari anche ai sogni e alle emozioni.

venerdì 16 novembre 2012

8 novembre

Lo ammetto, stavolta avevo grandi aspettative.
Nonostante il giovedì sera, nonostante il nostro essere estranee alle reti di impegno sui temi di genere, nonostante la spinosità dell'argomento, nonostante tutto ero convinta che l'urgenza fosse sentita di più, ero convinta che saremmo state tante l'8 novembre alla Casa Petrarca a Incisa in Valdarno per parlare di violenza sulle donne ed ero certa che qualche maschio sarebbe apparso, che il disagio che sento nel profondo ad ogni nuova terribile notizia fosse diffuso, condiviso e che questa potesse essere vissuta da molt* come un'occasione di cominciare a cercare soluzioni partendo dal sé, e invece no.
Poche ma buone e molto ben intenzionate, alla fine è stato uno degli incontri più interessanti del ciclo Il Nodo e la Forbice: è uscito il cuore pulsante della sofferenza, della stretta allo stomaco che prende ogni donna (e, spero, ogni persona) ogni volta che, di nuovo, scorre sangue femminile, della necessità di capire, e anche di cercare strade che vadano oltre la denuncia, l'intervento della forza pubblica perché non succeda più, non solo per punire i colpevoli.
E allora abbiamo scelto di ascoltarci, di dare spazio al nostro di dolore, alla violenza che anche noi abbiamo subito, anche solo negli sguardi che accompagnano un'adolescente in minigonna, alla miseria di chi quegli sguardi, orgogliosamente, ce li fa subire.
Ne sono usciti momenti commoventi ed altri di gioco e ironia e, in me, la convinzione che senza un deciso sostegno dei maschi poco si potrà fare.
Già me lo sentivo prima, e infatti avevo fatto girare fra i miei contatti questo appello che vorrei continuasse a trovare lettrici femmine perché scelgano di aprire altri spazi di confronto che non siano solo sfogo di rabbia e frustrazione ma anche possibilità di compassione (nel senso etimologico del termine) e ricerca di quella profonda verità umana che accomuna maschi e femmine, riconoscimento della comunione del dolore unica vera via d'uscita. Eccolo:

Buongiorno,
scusate l’intrusione, forse prolissa, ma proprio non riesco a resistere. La strage di donne che sta avvenendo in Italia mi tocca profondamente e, purtroppo, ho spesso modo di vedere che anche dove non si arriva all’omicidio (vedete, non c’è nemmeno la parola per l’uccisione di una donna), troppe volte le donne, anche vicino a me, sono vittime di vari tipi di violenza. Mi sono convinta che l’unica possibilità di cambiamento reale di questo stato di cose sia una modifica del modo in cui nella nostra cultura guardiamo maschi e femmine, a partire dall’infanzia.
Mi ha molto colpito Ezio Aceti (uno psicologo che si occupa soprattutto di educazione) quando, dopo una chiacchierata su questo tema a pranzo con me e altri, nel corso del seminario che stava tenendo ha sottolineato con veemenza (ed è dir poco) quanto sia importante che oggi i padri si prendano un posto nella vita e nell’educazione dei propri figli, quanto le madri abbiano la responsabilità di lasciare spazi e quanto non siano certo le donne a poter dire agli uomini come si fa il padre e io direi nemmeno come si fa l’uomo.
E’ questo che va (ri)definito superando stereotipi e 'dover essere' che sono gabbie e trappole distruttive per le donne come per gli uomini.
Questa costruzione è un lavoro lungo e difficile ma urgente ed essenziale e per arrivare ad un risultato ci vogliono mille e mille occasioni di ascolto e confronto come quella a cui vi invito il prossimo 8 novembre alle ore 21 alla Casa Petrarca a Incisa in Valdarnohttps://www.facebook.com/events/457154940989242/.
Vi chiedo con il cuore aperto di essere presenti e di diffondere il più possibile l’invito allegato unito, se credete, a questo appello. Se siete troppo lontani per partecipare vi invito ad organizzare o partecipare ad eventi simili.

Qualcuno ne è stato toccato e infatti un ottimo frutto è stato anche questa intervista.

Ora c'è da sperare che i maschi riescano a superare timori e ritrosie, la paura di finire ad essere capro espiatorio, per imbarcarsi in questa avventura. Sono talmente convinta della necessità di intraprendere questo percorso di liberazione dalla violenza (e, prima ancora, di riconoscimento del dolore di ogni parte in causa) che ho pensato di avviare una cosa tipo “Madri di Plaza de Mayo”: un appuntamento mensile (settimanale non ce la faccio), stesso giorno, stesso luogo, stessa ora, in silenzio, con l'impegno ad accogliere col cuore aperto chi col cuore aperto arriverà, finché la maggior parte non saranno maschi, per lasciare loro la parola su di sé, sul proprio sentire. Eppure ci proverò, dovessi metterci cent'anni!

Intanto a Milano qualcosa si muove: 21 e 22 Nov 2012 - "Le parole non bastano. Donne e uomini contro la violenza maschile sulle donne".  Il primo giorno di convegno, vabbè, dicono tutti che se non si sa cosa si muove in giro non se ne puo' parlare... Confido nel secondo giorno di discussione libera.

lunedì 1 ottobre 2012

Deserti


La psicanalisi non è mai stata fra le mie passioni e nemmeno fra i miei generici interessi culturali. So a malapena chi siano Freud e Jung; immagino che un giorno colmerò questa come altre voragini conoscitive e, come al solito, girello fra letture governate dal caso o dal desiderio.
Ultimamente strane vie hanno portato fra le mie mani due libri che, nella mia ignoranza, rappresentano un barlume di luce sui processi evolutivi della psicologia femminile: I figli di Giocasta e Amore e Psiche.
Il primo dà una lettura al femminile del mito di Edipo e quindi rilegge il ruolo di Giocasta nei confronti delle figlie femmine e dei figli maschi, per trovarvi le radici delle modalità di relazione di coppia; il secondo ripercorre la lettura del mito di Amore e Psiche come archetipo del percorso di trasformazione da bambina a donna. Quest'ultimo, per quanto rapisca in una sorta di estasi mistica, un misterioso rispecchiarsi di un'idea di femminile che trova il proprio senso compiuto nella relazione, mi riporta un sentimento di compassione per un maschile che non ha accesso a tanta magnificenza.
E' strano, più scavo nel femminile e più mi accorgo che il lavoro più grosso da fare sulla strada non tanto della liberazione femminile, o anche solo della sua tutela dalla violenza maschile, ma, in assoluto, della semplice diffusione di un'idea di felicità che trovi senso e compimento nella relazione, ha come oggetto proprio i maschi.
E capita a fagiolo “I figli di Giocasta” che mi ha lasciato mente e cuore zeppi di interrogativi che non oso nemmeno riportare qui.
Come mi manca uno spazio protetto e condiviso di sostegno in questo periodo di crescita così difficile! Aiuto! Ricordo che mi sentivo così quando avevo la piccina grande che era davvero piccina e mi sembrava di essere l'unica madre disperata del pianeta. Quando questi miei travagli saranno finalmente superati fioriranno i gruppi on line che tratteranno delle tematiche adolescenziali... intanto io brancolo nel buio e passo le serate guardando con lei “Donne sull'orlo di una crisi di nervi” e “Grease” (e il bello è che poi lei li guarda e li riguarda da sola).
E' vero, ci sono pile di libri, trattati, libercoli, ma io vorrei un minimo di confronto fra umani che si guardano negli occhi, si parlano, si raccontano.
Pazienzina...
Unico conforto il consiglio di un saggio tibetano citato da Sogyal Rimpoche in “Il libro tibetano del vivere e del morire”: “Ricorda l'esempio di quella vecchia mucca, contenta di vivere nella stalla. Anche tu devi mangiare, dormire e cacare, è inevitabile. Tutto il resto non ti riguarda”.

martedì 21 agosto 2012

deliri

Fare figli, fortunatamente, è una scelta non necessariamente razionale. Quali che siano le motivazioni resta la responsabilità legata al fatto innegabile che quell'essere umano, per tutta la vita, vedrà la madre e il padre come primari oggetti d'amore.
Da queste premesse, purtroppo, mi capita ancora troppo spesso di vedere che si oscilli fra l'insofferenza, il dolore della reciproca incapacità di capirsi e il martirio, principalmente della madre.
La pretesa "evoluzione" della società in cui viviamo non comprende ancora, fra le possibilità normalmente offerte alle persone, il sostegno al disagio psicologico ed esistenziale e come se questo non bastasse, un enorme macigno sbarra ancora la strada alla ricerca di sollievo di molte donne: il delirio di onnipotenza riguardo all'assunzione di responsabilità sulla qualità della vita di figli e compagni di vita. La consapevolezza di questa dedizione che sembra innata al supremo sacrificio in favore della felicità dell'altr*/degli o delle altr*, è relativamente recente ed è mirabilmente descritta, ad esempio da Sibilla Aleramo e Virginia Woolf. La prima ha scritto queste meraviglie: “Quando, alla luce incerta di un’alba piovosa d’aprile, posi per la prima volta le labbra sulla testina di mio figlio, mi parve che la vita per la prima volta assumesse a’miei occhi un aspetto celestiale, che la bontà entrasse in me, che io divenissi un atomo dell’Infinito, un atomo felice, incapace di pensare e di parlare, sciolto dal passato e dall’avvenire, abbandonato nel Mistero radioso” e poi: "Perchè nella maternità adoriamo il sacrifizio? Donde è scesa in noi questa inumana idea dell’immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. E’ una mostruosa catena. [...] Se una buona volta la fatale catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sé la donna e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità?" e ancora "Ecco, l'amore è questo, l'attaccamento ad una persona alla quale ci si crede necessari, l'amore nella donna, almeno".
Virginia Woolf non è da meno: "Il corpo femminile, come corpo che genera e dà piacere sesssuale, è ciò che rende la donna "potente" agli occhi dell'uomo e che si può ipotizzare lo abbia spinto a imporvi il suo dominio, il suo controllo, assicurandosi che quelle potenti attrattive fossero finalizzate al suo interesse, a rendergli buona la vita. C'è dunque all'origine del rapporto tra i sessi un capovolgimento che porta il debole a farsi padrone."
Più di recente, Antonella Picchio, nel corso del Quinto Seminario della Libera Università delle donne di Milano, dal titolo Il corpo al lavoro del 20/04/2009 ha detto: "Non sono le pratiche e i simboli del sistema patriarcale che ci opprimono, ma la nostra assunzione di responsabilità rispetto alla qualità della vita dei nostri compagni e dei nostri figli. Noi abbiamo un delirio di onnipotenza e loro hanno delle profonde debolezze nascoste e coperte da noi."
Eppure ancora recentemente, alla fine della lettura di "Il femminile fra potenza e potere", libro corale che ha lo scopo proprio di cercare e trovare il ruolo del femminile nella società e nella storia, e in molte occasioni di confronto al femminile torna l'accento su una presunta maggiore sensibilità e capacità peculiare delle donne di prendersi cura dei propri familiari e non solo.
Ricordo, anni fa, la mamma di un bambino dell'età della mia piccina grande, sosteneva che i dinosauri si fossero estinti perché avevano affidato ai maschi la cura dei figli. Li per lì mi fece ridere e mi trovai a ripeterlo nelle occasioni in cui volevo stigmatizzare quelle che mi sembravano "mancanze" di attenzione di mio marito verso le bambine.
Lui stesso mi fece notare che c'era qualcosa di amaro e di non accettabile in quella affermazione e finalmente mi sembra di capire perché: quella frase in poche parole rappresenta non solo presunzione e supponenza ma anche una delle diverse forme della gabbia che chiude le possibilità di libero dispiegarsi delle potenzialità di cura, affetto e dedizione dei maschi e di libertà e autonomia delle femmine.
Se è vero che amore è occuparsi di un'altra persona con il cuore pieno di felicità e gratitudine, abbandoniamo ogni egoismo per lasciare questo piacere e questa gioia, finalmente, anche ai maschi e per avere anche modo e tempo, finalmente, di prenderci cura anche di noi stesse. Così potremo amarli davvero con quella libertà che meritiamo, tutti.

venerdì 22 giugno 2012

Eccentricismi

Il solito trasferimento in auto, le solite strade fra il bosco e i campi ed io che ad un certo punto, passando davanti ad una casa che si trova a circa 2 km dalla nostra ed è altrettanto isolata penso e dico: "Certo che anche quelli che abitano qui dovremmo cercare di conoscerli...". La mia piccina grande dal sedile dietro risponde: "Eh, già, in effetti noi conosciamo così poca gente...". Ho riso per una settimana almeno e tuttora quando ci ripenso non riesco a trattenere un sorriso.
Va riconosciuto e riconosciamomelo: per essere trapiantata solo da una dozzina d'anni in questa frazione di un piccolo comune di cintura ma non abbastanza per avere un minimo di aria metropolitana, posso godermi, nel bene e nel male, i frutti del mio spasmodico impegno di integrazione socio-culturale.
Non è stata una passeggiata: il mio essere inguaribilmente eccentrica e la mia continua ricerca di essenzialità, autenticità e, soprattutto, libertà, non mi hanno aiutato (e non hanno aiutato nemmeno le mie figlie) ma potrei dirmi moderatamente soddisfatta anche se la stessa piccina grande di cui sopra qualche tempo fa mi ha chiesto: "Mamma, come si chiamano quelli che fanno sempre le cose diverse dagli altri?". ADR: "Eccentrici". Insiste: "E perché noi siamo così eccentrici?".
E giù un bel sermone, da parte mia, sul senso della ricerca, della critica e della diversità che vi risparmio.
Ma ora arriva la domanda peggiore del periodo, quella più recente, che ancora brucia: "Mamma, ma perché noi conosciamo un sacco di gente e non conosciamo giusto i genitori del ragazzo che mi piace?". Panico! Ecco subito arrivare al galoppo i sensi di colpa!
Non li conosciamo perché abbiamo tentato un sacco di volte di invitarli alle cose bizzarre che organizziamo e non sono mai venuti. Non li conosciamo, forse, perché fanno parte del movimento del focolare (chi non sa cos'è guardi qui e qui) e la loro ingombrante presenza a Loppiano è il principale motivo per il quale noi, sebbene credenti, non frequentiamo la parrocchia. Forse i genitori dell'oggetto dei desideri di mia figlia non apprezzano questo nostro assenteismo, o forse, semplicemente, ci ignorano presi da ben altre occupazioni spirituali e non.
Un'altra opzione, che non voglio nemmeno prendere in considerazione, è che l'oggetto dei desideri non ricambi l'interesse del mio tesoro, ma questo proprio non posso crederlo anche perché abbiamo abbondanti segnali contrari.
In conclusione le possibilità di fronte alla mamma sommersa dai sensi di colpa e di inadeguatezza all'ambiente sociale circostante:
1) il solito chi non mi vuole non mi merita;
2) tentare di coinvolgere un gruppo di ragazzi e genitori della scuola, compresa la famiglia di cui sopra, in qualche iniziativa delle nostre (magari non troppo selvatica) cercando di insistere con quei genitori per avere la loro presenza (rischiando che la scelta di non far frequentare i due sia definitiva):
3) aspettare che l'oggetto dei desideri riesca ad imporre le proprie volontà (che finora dichiara sistematicamente frustrate) ai genitori confidando che quando la pera sarà matura cadrà e se non dovesse cadere aspetteremo che ne cada un'altra.
Si accettano preferenze.

lunedì 4 giugno 2012

Domande

In questi giorni ho ricominciato a frequentare i social network con una certa assiduità, twitter in particolare, e oggi ho avuto la prova provata di una mia sensazione che sta diventando certezza: non c'è nessuna (o pochissima) attenzione on line alle tematiche dello sviluppo sessuale, o anche solo al percorso di crescita degli adolescenti che li trasforma in giovani adulti mentre c'è una sovraesposizione di tutti gli argomenti che riguardano gravidanza, puerperio e i primi 3 anni di vita dei bambini.
Ed ecco la prova: http://mammacheblog.com/ "MammaCheBlog Social Family Day è una giornata per le mamme della Rete, una conversazione aperta tra mamme 2.0. Qui vogliamo facilitare e stimolare l’incontro, lo scambio, l’approfondimento e il confronto per far crescere insieme idee e servizi in Rete."
La parte più interessante per i miei scopi mi sembra lo "spazio showcase" dedicato alle mamme che vogliono per presentare il proprio blog/servizio/idea. C'è un bell'elenco di blog e siti che mi sono presa il tempo di visionare a campione e il risultato è: niente di niente per mamme o babbi con figli di età maggiore di 6 anni (a dir tanto), un sacco di consigli per gli acquisti (comprese le foto dei propri figli con addosso vestiario per centinaia di euro), diete dimagranti, fitness, ricette di dolci zuccherosissimi, e simili. C'è poi tutto il settore "bimbo e mamma naturale": sostegno all'allattamento a palate, parto naturale, valanghe di critiche al libro di Estivill sul sonno dei bambini, coppetta mestruale e indicazioni di corretta (per la salute e per l'ambiente) alimentazione.
Un ambito in recente sviluppo è quello che definirei dei "padri presenti": tutti quei padri che decidono di prendersi uno spazio di cura ed educativo dei propri figli, ci trovano un gran gusto e lo raccontano in rete in modo spesso molto divertente, anche questi però non vanno oltre i 6 anni.
Resta la solita domanda: perché questo vuoto? Cosa succede ai genitori dopo che i loro figli cominciano ad andare alle elementari?
Possibili motivi: perché c'è un gran spazio di marketing su mamme in attesa, puerpere e bimbi piccoli; perché la generazione che ha cominciato a vivere e a condividere on line ha ora fra i 30 e i 40 anni e ha avuto figli tardissimo; perché i padri si scontrano con i figli adolescenti principalmente dal punto di vista fisico mentre le madri gestiscono il proprio dolore e il proprio disorientamento tramite altri canali o (e temo sia la maggioranza) in solitudine; perché parlare di come ci piace o ci mette in difficoltà il nostro figlio piccolo, che in quanto tale non può agire spinto da intrinseca cattiveria è più facile, ci mette meno in discussione, del condividere un percorso di crescita, separazione e autonomia che si muove come una lama nelle nostre parti più doloranti...
Una bella sfida, proseguo nella navigazione a vista, e quasi quasi mi sembra un conforto il non essere interessante per sponsor come quelli del Social Family Day.
Potrei tentare di abbandonare, almeno un pochino, questo atteggiamento  mostruosamente snob e, pur cercando di mantenere un minimo di spirito critico, buttarmi fra le onde del "mi piace", commento il tuo blog e tu commenti il mio, blogroll, contest e simili, anche solo per trovare conforto in questo sentiero accidentato, quello che ho tanto cercato nei primi difficili anni di vita di mia figlia e che ora viene offerto un tanto al chilo in ogni angolo della rete.
Eppure non riesco a scordare il monito di Mark Twain: "Quando ti trovi d'accordo con la maggioranza è il momento di fermarsi e riflettere" e temo che continuerò a camminare in direzione ostinata e contraria, o quanto meno solitaria.





mercoledì 25 aprile 2012

Racconti

Ci sono popoli e culture antiche, ricche e affascinanti che non conoscono la scrittura e attraversano i secoli portate solo dal suono delle parole che dal padre e dalla madre, dalle nonne e dai nonni, vanno alle figlie e ai figli che le raccolgono, le fanno diventare parte di sé  e le consegnano a chi li seguirà.
La scrittura ci ha permesso di ampliare enormemente il numero e la qualità di queste parole, di trovare mille canali per dare risposta alla nostra sede di sapere e di conoscere, di seguire sempre nuovi sentieri di cui ognuno può essere approfondito senza fine.
In certi momenti mi capita di sentirmi sovrastata da tutte queste parole e di più mi stupisco di continuare a non trovare un solo racconto come quello che sto facendo: il punto di vista di una madre sullo sbocciare a donna della propria figlia. E allora, seppur tentata dall'esempio di Ipazia che disse: "Quello che conta non è scrivere ma vivere all'altezza di quello che altri hanno già scritto", come ha detto Silvia Ronchey parlando con Barbara Alberti nella straordinaria trasmissione radiofonica che mi accompagna mentre stiro nei giorni di festa, scrivo qui ciò che muove le mie emozioni in questi giorni perché questa traccia possa diventare in futuro storia, ricordo e racconto.
E allora andiamo alle origini, cerchiamo consapevolezza in due testi essenziali: il manuale di Candy e Amore e Psiche di Apuleio con la splendida analisi di Erich Neumann sull'evoluzione del sé femminile.
Quanto al primo, 6.000 lire di saggezza per non farsi mai mancare le informazioni essenziali per rendere più bella sé, la propria stanza, la cucina, il giardino, la vita... bene, e la felicità? Se noi e ciò che ci circonda saremo belle ed efficienti saremo anche felici? Il manuale sembra dare ad intendere di sì e improvvisamente trova corpo e un obiettivo l'allergia che da qualche tempo mi prende allo stomaco riguardo a questo e a tutti i manuali che cercano di dare semplici ricette per trovare la propria strada al di fuori del sentiero indicato esemplarmente da millenni dalla favola di Apuleio: le relazioni.
Psiche, eroina umana femminile, bella più di Venere, la Grande Madre, la fertilità, la terra che accoglie e genera, Psiche, dicevo, segue docile e determinata il proprio percorso di crescita nel nome di un unico imperativo: la ricerca della felicità nella relazione, prima con i genitori, poi con le sorelle, poi con Eros, l'amato che diventerà davvero tale solo dopo che alla meraviglia del piacere e dei sensi seguirà la consapevolezza e la vera coscienza e conoscenza. Per questo amore Psiche sarà disposta a soffrire, rischiare la vita, scendere agli inferi, sprofondare in un sonno di morte. E io? Io riprendo la parola e racconto, riprendo la parola e raccolgo la mia storia e le storie che mi circondano. Scrivo per capire e per ricordare, figlia di un tempo in cui la memoria non ha valore. Racconto per tramandare il senso della voce, del suono, "aiutami a diventare saggio prima che io dia la mia voce", e speriamo che sia la strada giusta, "finché l'erba cresce, il vento soffia e il cielo è blu".

domenica 25 marzo 2012

Immaginazione

Immagina un tavolo tondo e intorno otto donne bendate. Immagina che abbiano scelto di fare questo gioco: una volta bendate cambiano di posto in modo casuale e poi tentano di riconoscersi allungando le mani in giro per il tavolo e toccando le mani delle altre, senza che dalle loro bocche esca né una parola né un suono. Il gioco dura 5 minuti, poi si levano la benda dagli occhi e condividono ciò che hanno provato.
Cosa ne pensi? Che emozioni senti mentre lo immagini? Ti sembra divertente? Imbarazzante? Stimolante? Avvincente?
Immagina ora che il gioco, invece di 8 donne coinvolga 8 uomini... Ecco, appunto. Ovviamente non so cosa ogni lettrice o lettore di questo post possa aver provato, ma quello che ho provato io mi ha detto molto dell'esistenza di un limite, una barriera, una gabbia o una miseria, come direbbe Stefano Ciccone, che sta solido, inamovibile e perpetuo fra gli uomini e il loro corpo, anche nelle menti delle donne.
Quando ascolto brani come questo o leggo cose come il testo della Ginzburg che riporto a chiusura di questo post, sento qualcosa che stona nelle mie orecchie; siamo davvero sicure che questa sensibilità, l'intuito, la capacità di ascolto di istanze anche irrazionali, sia una prerogativa "naturalmente" femminile e che non sia invece che questo fondamentale elemento di contatto con il proprio essere fisico viene negato agli uomini perché chi li guarda, donne comprese, possa considerarli veri uomini?
"Una lettura dei rapporti tra i sessi che faccia riferimento ad archetipi maschili e femminili rischia, dunque, di rappresentare il conflitto che li caratterizza come distruttivo perché immodificabile e al tempo stesso come solo apparente, perché perpetua un'oscillazione eterna e statica tra due principi che non sono nella disponibilità degli individui e delle loro relazioni ma che li determinano ineluttabilmente" (Stefano Ciccone, Essere Maschi, 2009).

Felice chi è diverso
essendo egli diverso
ma guai a chi è diverso
essendo egli uguale.

Sandro Penna, Appunti 1938-49 in Poesie 1991

Se nei secoli le donne sono state schiacciate, e lo sono ancora per molti versi, dalla "contesa per il potere riproduttivo" (come la chiama Lea Melandri in Le passioni del corpo del 2001 non ultima di una lunga fila di autori e autrici che si sono misurat* su questo tema rintracciabili nell'ottima bibliografia del solito libro di Stefano Ciccone), sfociata nell'imposizione della genealogia maschile e del dominio sui corpi e sui destini delle donne, contesa che continua nell'impatto simbolico delle tecnologie riproduttive, il rischio è che dalla liberazione e dalla consapevolezza si passi all'isolamento, a una negazione delle potenzialità di relazione e di liberazione insite in ogni persona indipendentemente dal corpo che si ritrova.
Lo stesso impegno che merita, credo, la lotta per le pari opportunità di donne e uomini nella politica, nel lavoro e nelle scelte di procreazione va dedicato alla liberazione del corpo maschile, delle sue emozioni, in un percorso di relazione che non abbia bisogno di miti o modelli di virilità o femminilità archetipici, ma di ascolto e condivisione e una uguaglianza sentita come valore fondante.
E ora, ritorniamo ad organizzare la festa di benvenuto per le nostre femmine, ma anche per i nostri maschi.

«Le donne hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla: questo è il vero guaio delle donne. Le donne spesso si vergognano di avere questo guaio, e fingono di non avere guai e di essere energiche e libere, e camminano a passi fermi per le strade con grandi cappelli e bei vestiti e bocche dipinte e un’aria volitiva e sprezzante; ma a me non è mai successo di incontrare una donna senza scoprire dopo un poco in lei qualcosa di dolente e pietoso che non c’è negli uomini, un continuo pericolo di cascare in un gran pozzo oscuro, qualcosa che proviene proprio dal temperamento femminile e forse da una secolare tradizione di soggezione e schiavitù che non sarà tanto facile vincere».
Natalia Ginzburg, “Discorso sulle donne”, 1993.

giovedì 1 marzo 2012

Limbitudini

Che pena le aspettative! Ho iscritto la piccina grande ad un percorso di approfondimento sul femminile per mamme e ragazzine chiamato "Il Corpo Racconta" convinta che ci avrei trovata conferma e sostegno anche riguardo alle potenzialità positive della natura ciclica femminile. Alla marmocchia è piaciuto un sacco, emozioni, risposte, altre domande, metafore divertenti ed istruttive, momenti di complicità e commozione, ma quando come rappresentazione grafica del ciclo sono apparse le montagne russe mi sono cadute le braccia.
Come se non bastasse, si parla di mestruazioni e nessuna cita la mooncup (coppetta mestruale), o gli assorbenti lavabili... comincio a innervosirmi. Ma dove sono finita?
Lì per lì ho anche apprezzato che al momento di parlare del rapporto vero e proprio venisse introdotta la differenza fra "fare sesso" e "fare l'amore". Ripensandoci dopo quasi mi arrabbio. Se mi chiedo che genere di rapporti spero per le mie figlie il primo pensiero è questo: rapporti in cui non si faccia male, e credo che niente funzioni meglio della metafora automobilistica.
L'amore mi sembra che possa essere pericoloso quanto guidare l'automobile quindi per prima cosa la sicurezza (allacciare le cinture), fare attenzione a prendere eventuali passeggeri perché liberarsene è difficile e doloroso (contraccezione) e quando ci si trova ad un incrocio, per quanto l'altro automobilista sia irresistibile, mantenere la consapevolezza che il sesso è principalmente uno straordinario strumento di comunicazione, un modo di aprire all'altro il nostro essere più intimo e regala anche gioia se, a condividere il proprio sé più vero, si è in due. Questo speravo di sentir dire... macché.
E vabbè, lo so che  anche la ginnastica ha il suo valore aggiunto, ma non è quella l'idea di sesso che voglio che le mie figlie percepiscano come la mia preferita, e siccome in questo ambito è difficile far passare i messaggi tramite l'esempio, bisogna trovare un'altra strada che è fatta, ahimè, principalmente di parole.
Intanto proviamo ad organizzare un corso di educazione sessuale a scuola e vediamo cosa succede. Poi scopro che anche una tre giorni degli scout sarà incentrata su questo... povera bimba, se mi manda a quel paese ha ragione.
Eppure mi ritrovo la sera ad aprire il libro della Pope e capito sul capitolo dedicato al limbo, quello spazio di mezzo, quella terra di nessuno, in cui si sa che la soglia si avvicina ma ancora non è il momento; nell'attesa la mente vaga, il pensiero perde lucidità e l'intelligenza in moto è diversa: non persegue la concentrazione ma l'apertura. Si perde in identità, in coscienza di sé e si acquista in ascolto, in capacità di lasciarsi permeare da ciò che in altri momenti è nascosto e magari minaccioso. Un momento di rivelazione e di visione.
Mi torna in mente, forse mi ripeto, un brano di un libro che nei primi passi di questa mia ricerca mi colpì molto: Il femminile tra potenza e potere. Purtroppo non ricordo quale delle autrici sosteneva che, di fronte ad una realtà complessa e caratterizzata da migliaia di variabili di cui molte inconoscibili, la possibilità di una scelta realmente razionale che contemperi i pro e i contro, opportunità e minacce e ogni possibile conseguenza, è una chimera. Perché allora non dare peso anche all'istinto, ai presentimenti, alle visioni, ai sogni e ai desideri? Nelle donne l'autrice vedeva una maggiore disponibilità ad utilizzare, per la scelta, anche a considerazioni non strettamente razionali e lo considerava un valore aggiunto del femminile, un'opportunità da cogliere.
Oggi la mia bimba grande, durante uno dei soliti viaggi in auto, ha abbandonato il Nintendo per mettersi a pensare e, quasi contro la sua volontà, si lasciata abbracciare dalla noia e dalla malinconia, dal limbo.
Non è anche questa in fondo la pubertà? Attesa, trasformazione, malinconia ed entusiasmo. E io qui, a godermi lo spettacolo di come sboccia una donna.


Balla balla ballerino 
tutta la notte e al mattino 
non fermarti. 
Balla su una tavola tra due montagne 
e se balli sulle onde dei mare io ti vengo a guardare. 
Prendi il cielo con le mani 
vola in alto più degli aeroplani 
non fermarti. 
Sono pochi gli anni forse sono solo giorni 
e stan finendo tutti in fretta e in fila 
non ce n'è uno che ritorni...

Lucio Dalla

sabato 11 febbraio 2012

Il limite critico

Un po' l'ho abbandonato, diciamo che l'ho lasciato decantare, l'approfondimento della mia natura ciclica seguendo i passi proposti da Alexandra Pope in "Mestruazioni" (vedi come è cominciato e il portolano).
Lo spazio è stato tutto preso dalla mia natura efficiente e vitale, dalla necessità di sopravvivere alle feste, coniugare i desideri delle bambine con il bilancio, lavoro, tempi, obiettivi, impegni dell'associazione (i laboratori natalizi del circuito corto dove li mettiamo, e quelli delle feltraie?).
Poi con la luna piena arrivano le mestruazioni e con esse, più forte che mai, il critico interiore. La Pope lo definisce: "presenza provocatoria", e in effetti forse è davvero possibile individuare "l'esatto momento in cui i nostri livelli di pazienza e tolleranza precipitano drasticamente" ed emerge una voce critica implacabile che si rivolge sia agli altri che a noi stesse.
Guardandomi ora, mi accorgo che in qualche modo riesco a tenerlo a bada quando tenta di scalfire la mia corazza di vanità, ma come riesce ad essere affilata la sua lama quando fissa lo sguardo all'esterno!
Non si tratta tanto di criticare ciò che chi mi circonda fa o non fa, di riuscire più o meno a sopportare le disattenzioni, il mancato apprezzamento, le dimenticanze o gli errori, quanto di uno sguardo sulla mia vita intesa come un intero a cui segue una semplice domanda che richiede, anzi esige, una risposta: "Sei felice? Qui, ora?".
Difficilmente la risposta è un sì assoluto; più di frequente segue un 'ma...", strumento essenziale di aggiustamento del tiro.
Seguono immediatamente: analisi della situazione, individuazione dei punti critici e buoni propositi, dopodiché, la litigata immediata col marito è d'obbligo, alla faccia di tutte le ore perdute a studiare e praticare la comunicazione nonviolenta.
Gestire il critico interiore vuol dire, a questo punto, riuscire a tacere, a fermare i pensieri che cercano il colpevole, ad individuare ciò che dipende da me e posso cambiare io per prima, e ciò che non dipende da me e trovare le parole giuste perché la felicità sia di tutti.
Fondamentalmente sì, si tratta di tacere, accogliere dentro di sé la felicità e il dolore, concedersi il beneficio del dubbio, farsi qualcosa di buono da mangiare e godersi il pensiero di quando i nostri desideri saranno esauditi, come se già lo fossero, e, intanto, ringraziare.
Poi c'è quello che va affidato alla Dea... ma su questo tornerò.

Intanto la citazione d'obbligo:


So che saro' una Donna morbida e accogliente,
so che avro' mani e occhi che arriveranno fino alla luna,
so che sapro' stringere tutti i figli in un solo abbraccio,
che riusciro' a raccontare favole vere e realtà piene di fiabe.
So che il mio seno avra' il calore e l'odore delle mele cotte e della cannella con un pizzico di magico zenzero.
So che avro' fianchi dondolanti come altalene sospese nel cielo, saro' ricca di storie, non tutte vere, da soffiare sul mondo.
So che sorridero' di ogni capello che diviene color della luna e di ogni segno d sorriso o lacrima sul mio viso,
non avro' paura di asciugare lacrime e cullare i sogni degli altri poiche' i miei saranno divenuti tutti veri.



lunedì 30 gennaio 2012

ringraziare

Ho avuto la fortuna di incocciare in una preghiera davvero speciale, citata da Gary Snyder alla fine del suo strepitoso libro. Mi prendo uno spazio per lasciare la parola a lui, un contrappunto, un respiro più ampio, un abbraccio.

Veneriamo i Tre Tesori (i maestri, il selvatico e gli amici)
E ringraziamo per questo pasto
Che viene dal lavoro di molte persone
E dalla condivisione di altre forme di vita.

Non avrei mai pensato di apprezzare l'atmosfera che si crea mentre tutt* aspettano affamati con il piatto davanti che non manchi nessun* per cominciare a mangiare, dopo aver opportunamente ringraziato. Ci sono voluti gli Scout (laici) per farci apprezzare il valore di questo momento (e di molto altro che davvero non mi aspettavo).
Pensavo che le marmocchie mi avrebbero mandato a quel paese e invece ci tengono più di me... mah.

venerdì 20 gennaio 2012

S i p u ò f a r e !

Certo che sì! Oggi esagero coi punti esclamativi ma qui ci vogliono proprio. Parlare di sesso con i propri figli, con il proprio compagno, con le proprie amiche,  S I  P U O '  F A R E!
Sembrerà strano ma per me è una scoperta il solo fatto che si possa fare, che sia piuttosto semplice e anche incredibilmente divertente. Lo sguardo della mia bambina grande è pieno di curiosità, spirito critico e umorismo, il tutto condito con un minimo di pudore, incredulità e romanticismo a fiumi! Il suo essere femminile sta cercando spazi per uscire, io le offro passerelle scomode e sdrucciolevoli, non mi riesce fare di meglio, ma le sue domande aprono portoni di commozione. Lei lo sa cosa le serve, e le basta un minimo segnale, anche scomposto, anche inadeguato, che io sono qui per lei quando e se lo vuole.
Fortunatamente, come viene detto meglio nella citazione che riporto in fondo a questo post, la mia effettiva e volontaria influenza su come le mie bambine sceglieranno di utilizzare questo eccezionale e primario strumento di comunicazione (e come tale, nella sua portata relazionale, anche di raggiungimento della felicità) che è il sesso, è minima. Voglio però arrivare a potermi dire che ho fatto del mio meglio per distruggere la cortina di silenzio che purtroppo ancora soffoca la libera espressione del pensiero su questo tema, e di averne tratto grandi soddisfazioni e straordinari spunti di consapevolezza.
Poco c'è nella vita di più stimolante delle domande dei figli: stanno lì a guardarci dalla nascita quando ci piacciamo e quando non ci piacciamo, la mattina appena svegli e morti dal sonno, nelle nostre glorie e nelle nostre cadute. Dal loro sguardo si impara il valore di essere sinceri, anche se per farlo è necessario prendersi del tempo e riuscire a dire: "Ci penso un attimo e poi te lo dico", gustandosi poi il piacere di una promessa mantenuta.
Non c'è niente di più lontano dalle mie intenzioni che dispensare consigli e indicare strade o anche solo sentieri ma questo lo voglio dire forte: non aspetterò che siano loro a chiedere, io non l'ho fatto e loro non lo faranno e non voglio arrivare ad essere costretta a parlarne per gestire le loro sfide quando forse sarà troppo tardi per recuperare la complicità che si costruisce sulla fiducia, sulla condivisione di valori e di senso e non sulla proibizione e i muri.
Prenderò fra le mani la mia sessualità, guarderò ciò che di più bello mi ha dato e mi dà, cercherò di trasformarla in racconto, parole, emozioni e gliela offrirò con cura, attenzione e rispetto per i loro tempi.
Però, davvero, se non ora, quando?

Due libri da non perdere, uno per i grandi e uno per i grandi insieme ai meno grandi:

C'era una volta la prima volta

I nati ieri e quelle cose lì

Traggo dal primo (p. 27) questa meraviglia:
"Come per ogni altro aspetto dell'esistenza, anche la realizzazione di un buon progetto di sessualità dipende soltanto in parte dalla qualità degli interventi educativi. Fortunatamente, infatti, le caratteristiche biologiche di ogni persona e il modo particolarissimo con cui ognuno dà significato alla propria esperienza, limitano drasticamente gli effetti delle conoscenze che vengono proposte dagli educatori.
Anche se questo fatto, a prima vista, può sembrare un fallimento, esso è, invece, l'unico, vero motivo per cui possiamo sopportare le responsabilità educative con gioia e levità. Immaginate se i nostri figli diventassero davvero come li abbiamo pensati! Quanti ripensamenti, quanti dubbi e quante volte vorremmo poterli rifare da capo e meglio.
i ragazzi costruiscono la loro vita secondo l'idea che giorno per giorno si fanno di se stessi e del mondo in cui vivono. Ognuno di loro conoscerà la realtà in un modo assolutamente originale. A noi tocca soltanto fornire materiale di prima qualità, una buona assistenza tecnica e, qualche volta, anche la nostra mano d'opera qualificata. E tutto l'amore che abbiamo, sempre e senza condizioni."